Detox di 24 ore

scritto da Cristiano Ferreira
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Autore del testo Cristiano Ferreira

Testo: Detox di 24 ore
di Cristiano Ferreira



Detox di 24 ore


Hai fatto uninstall dell’app alle 12:01 am, convinto e leggero.
«Era così difficile farlo anche prima?»
Le labbra si muovevano appena, formando le parole in silenzio mentre scuotevi leggermente la testa. Guardavi lo schermo nero come si guarda una finestra dopo che si è spenta la festa.
   Alle 12:17 am hai fatto tap sullo schermo spento per abitudine. La mano stava andando da sola a cercare l’icona che non c’era più. Pollice sospeso, vuoto di destinazione. Hai sorriso senza denti, senza colpa. Tipo quei sorrisi che fai quando inciampi e nessuno ti ha visto. Hai girato il phone face down e sei andato in cucina. L’acqua ha iniziato a bollire, il timer ha fatto 3 beep. Hai bevuto piano, come si impara a fare con le cose che scottano. Hai capito che la notte non aveva più il ronzio del feed a coprire i tuoi pensieri. Ti è rimasto addosso un silenzio pulito e ti faceva quasi un po’ paura. Ti sei addormentato tardi. Hai sognato notifiche che piovevano dal soffitto come coriandoli bagnati.
   Al mattino, 7:06 am, woke up senza sveglia. La mano che cercava ancora l’icona fantasma. Niente. Hai sbloccato, nessun refresh compulsivo, solo il meteo con una nuvola pigra. Hai fatto breakfast con calma: 2 fette, 1 spremuta, no pic. Il tavolo ha tenuto insieme briciole e pensieri. Il silenzio della cucina ti ha fatto pensare ai johatsu. Chissà se la loro ultima colazione ha lo stesso sapore di sempre. Sentivi la tentazione di scrivere a qualcuno una frase che sembrava perfect in your mental draft, poi l’hai lasciata passare.
    Alle 8:42 am ti è tornata quella frase, come tornano gli odori quando scendi in cantina. L’hai droppata in low voice e ha perso metà del  suo fascino. Ti sei accorto che, senza il pulsante send, molte parole avevano smesso di fingere di essere necessarie.
   Hai messo su le scarpe e sei uscito. Milano ti ha starnutito in faccia gli odori veri: panetteria e gas di scarico e un marocchino che friggeva il primo batch di briouat e qualcuno che aveva dimenticato di essere gentile. Hai incrociato 12 facce in 30 metri e nessuna aveva un filtro. Camminavi senza cuffie, i tram urlavano le loro esegetiche di ferro. Ti sei fermato a un semaforo lungo. Normalmente avresti aperto 3 app in 45 secondi. Oggi hai contato i cani: 4. Hai contato le bici: 7. Hai contato i respiri finché il verde non ti ha colto in pace.
   In studio, power on al computer e non hai aperto il browser. Hai iniziato dalle foto in coda, 123 raw file. Hai scartato 21 scatti senza rimorso, hai fixato 9 contrasti, hai raddrizzato 25 linee storte. Nessuno ti ha scritto mentre lavoravi e tu non hai avuto l’alibi di rispondere per interromperti. La concentrazione ti ha fatto male come una postura nuova. A metà mattina ti sei alzato, 10 push-up, 1 bicchiere d’acqua. Hai guardato il telefono solo per l’ora. 10:31 am. Hai sentito il fantasma della vibrazione. Non c’era niente, ma il corpo si era già preparato allo zucchero. Era solo un’eco. Di te.
    Alle 12:13 pm hai ricevuto una mail di lavoro. L’hai letta 1 volta sola, senza saltare agli allegati come fai di solito. Hai risposto con 6 righe nette. Hai premuto invia e hai scrollato la spalla destra con un gesto che pareva una piccola vittoria.
   Sei uscito a pranzo senza compagnia. Hai preso un piatto semplice e ti sei seduto vicino alla vetrata. Di solito avresti cercato un’angolatura decente, un controluce carino, una caption ironica. Oggi hai mangiato. La forchetta ha trovato il piatto senza foto. 12 minuti esatti di presente.
   Quando sei tornato, la città era più calda di come la ricordavi - Milano era un forno rotto. Hai preso la bici e hai fatto 6 km intorno ai Bastioni. Niente musica. Il respiro ha dettato il ritmo, le gambe hanno eseguito. Hai sentito il cervello fare ordine come un magazziniere paziente, metteva a posto pensieri come scatole di scarpe - 1 per i ricordi, 1 per le scuse, 1 per lei. Margherita ti è venuta in mente per 19 secondi netti, e vi siete messi a litigare con il linguaggio della frustrazione passiva. Hai discusso mentalmente con lei sul perché nei romanzi scrivano i numeri a lettere. Tipo quando leggi: settecentosettantasettemilasettecentosettantasette e il tuo cervello fa: 777.777.  Hai vinto. Ma ti sei sentito uno stronzo. Poi una sequenza di immagini minuscole, la frangia sul sopracciglio, la risata in diagonale, la mano che faceva caos nei tuoi cassetti. Senza l’app, la memoria non trovava dove postarsi. È rimasta dentro, e bruciava un poco, poi ha smesso.
   Alle 3:07 pm un collega ti ha scritto su gmail per anticipare una consegna. Anxiety knocked, bussava ma l’hai tenuta sulla porta. Hai fatto una lista a penna: 5 voci. Hai barrato la prima alle 3:29 pm, la seconda alle 4:02 pm, la terza alle 4:44 pm. La penna ha lasciato una riga netta, nera, senza l’UX dei likes. Ogni riga cancellata era un piccolo funerale privato. Hai scoperto che spuntare cose reali dà una dopamina più lenta ma più nutritiva. Ti ha fatto ridere da solo, una risata corta.
   Alle 5:36 pm è arrivata una chiamata. Numero salvato, voce nota. Hai ascoltato, e poi hai detto che avresti richiamato più tardi. Hai messo in calendar 7:00 pm e sei tornato al file aperto. Hai finito di correggere gli ultimi 3 scatti. Nel penultimo, un riflesso ha tradito un dettaglio di troppo. L’hai lasciato.
   Alle 6:12 pm ti è venuta voglia di reinstallare. Hai aperto lo store, il dito ha raggiunto il download button. Ti sei fermato a qualche millimetro di distanza. Hai letto le recensioni come fossero tarocchi. Nessuna rivelazione; solo il tuo bisogno di accelerare il sangue. Hai richiuso e hai messo il telefono in un cassetto. Ascoltavi il rumore del frigorifero e ti è parso un fiume tiepido. Hai bevuto acqua, e hai assaggiato i pomodorini così com’erano, senza sale, ti ha sorpreso scoprire che sapevano davvero di qualcosa.
   Alle 7:00 pm hai richiamato. Hai ascoltato ancora. Hai parlato meno del previsto. Hai preso un appunto sul taccuino: 4 parole. Hai sistemato una questione che rimandavi da 3 settimane con una frase breve e nessun punto esclamativo. Hai messo il telefono sul tavolo - screen-side up - e non l’hai più guardato. Il telefono pesava diversamente quando you’re not waiting on anything. Ti sei voltato verso la finestra e hai sentito una specie di gratitudine concreta, come quando trovi 10 euro in una giacca d’inverno.
   Hai deciso di uscire al tramonto. Camminando sui Navigli, ti sei accorto che gli occhi avevano smesso di stare locked in 30cm. Si stavano ricalibrando, come muscoli che ritrovano un vecchio esercizio - guardare lontano. Hai visto 2 ragazzi farsi un selfie con il riflesso violetto dell’acqua. Ti sei domandato che cazzo ci faceva una gondola veneziana ai Navigli. Hai sentito quella voglia di tirare fuori il telefono, centrare l’orizzonte e dire che la luce era perfetta. Oggi non l’hai fatto. Hai solo guardato. 7 bar ti hanno chiamato con musica volgare e promesse facili. Non hai seguito. Hai infilato le mani in tasca e ti sei accorto di non avere più bisogno di toccare il telefono per verificare la tua esistenza.
   Alle 8:54 pm hai cenato da solo, pollo e insalata. Ti sei messo a lavare i piatti senza podcast. Poi ti sei seduto sul divano con il MacBook Pro sulle ginocchia. Hai scritto 11 righe che non avresti scritto ieri. Niente grandi frasi, niente acrobazie. Roba che stava in piedi da sola. Hai chiuso il file con una calma nuova, senza il riflesso condizionato di condividerne una parte.
   Alle 10:03 pm hai ricevuto un messaggio sul canale lento, quello per le emergenze vere. Stavi bene, non servivi subito. Hai ringraziato, ma hai sentito l’istinto di raccontarti comunque. L’hai lasciato andare like cold water before drinking it. Ti sei fatto una doccia. Hai contato 60 secondi sotto l’acqua calda, 25 la tiepida e 30 sotto quella fredda. Hai spento e ti sei asciugato con un asciugamano che aveva l’odore di casa e non di hotel.
   Alle 11:21 pm ti sei domandato «Che cosa è rimasto fuori oggi?» Non hai visto le stories di nessuno. Non hai corretto nessun fraintendimento. Non hai rincorso nessuna micro-scena per farla diventare grande. Ti era rimasto dentro un margine bianco you couldn’t measure even now, ma che, a occhio, faceva 2 dita buone. Hai capito che lo spazio vuoto, quando lo proteggi, smette di sembrarti una minaccia e diventa un posto dove sedersi.
   Alle 11:59 pm sei tornato sull’icona download. Pensavi che 24 ore bastavano per cambiare tutto e niente. Hai capito che non stavi facendo il moralista con nessuno, neanche con te. Stavi solo riafferrando la manopola del volume. L’hai lasciata a metà. Hai messo il telefono sul comodino. La stanza ha respirato e tu hai fatto lo stesso.
   Hai chiuso gli occhi alle 12:07 am, dopo aver fissato il soffitto nel buio per 6 minuti.
   «Chi sto diventando quando spengo tutto?»
   Ti sei addormentato senza il bisogno di essere visto.

Detox di 24 ore testo di Cristiano Ferreira
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